Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Final Portrait 2

Final Portrait - L'arte di essere amici

(Final Portrait)
(id, Gran Bretagna/Francia ) di Stanley Tucci 90'

Nell’alluvione attuale di biopic dedicati agli artisti, non poteva mancarne uno dedicato ad Alberto Giacometti, gran nome della storia, e del mercato, dell’arte moderna. Un  suo bronzo , “Pointing Man”, è stato battuto a un’asta Christie’s di New York, nel maggio 2015, per oltre 141 milioni di dollari: record mondiale per una scultura. I biopic si interessano generalmente ad artisti dalla fama consolidata presso il grande pubblico, e la cui vita, preferibilmente, è stata avventurosa, trasgressiva, sopra le righe, segnata da pazzia e intemperanze anche sessuali, magari conclusa con una morte prematura e/o violenta.  Si potrebbe agevolmente produrre una rassegna di almeno una quarantina di film biografici su pittori e scultori, limitatamente ai film di finzione (lasciamo stare il diluvio di documentari, anche sulle mostre, spesso di pura promozione commerciale). Fama universale e genio/sregolatezza: sono questi gli ingredienti-base di ogni biopic che voglia avere successo. Giacometti, artista e uomo “over the top”, ne offre in abbondanza. Le sue sculture smilze e allungatissime, di umore e atmosfera esistenzialista, isolate nel vuoto, simboli della inaccessibilità degli oggetti e della distanza esistente tra gli uomini, sono tra le maggiori icone della storia dell’arte e della modernità. Inoltre, come bene viene mostrato nel film di Stanley Tucci, Giacometti è stato, a livello personale, quasi  la quintessenza dell’artista genio e sregolatezza che tanto piace all’immaginario popolare. Viveva in una catapecchia alla periferia di Parigi, frequentava assiduamente tabarin e prostitute, non si curava di fama e di denaro, e il suo studio, brillantemente ricostruito per il film, assomigliava a una spelonca, un antro delle meraviglie e degli objets trouvés, una caverna di Alì Babà dove i quaranta ladroni erano, di volta in volta, vissuti spesso come inopportuni impiccioni, la legittima moglie, il fratello Diego, collezionisti, poliziotti, mercanti, ed infine lo scrittore americano, James Lord, la cui commissione per un ritratto, nel 1964, è la colonna portante del film, tratto da un romanzo dell’ancora vivente Lord. Il dipinto doveva essere pronto in pochi giorni, ma le sedute si protrassero per settimane. In mezzo, largo spazio allo humour autodistruttivo e caustico di Giacometti, alle sue follie d’artista, a dialoghi spesso irresistibili. Il film “è” il personaggio Giacometti, onnipresente al centro di tutte le inquadrature, vulcanico e torrenziale a tratti, poi improvvisamente silenzioso e pensieroso, con una sigaretta perennemente penzoloni dalle labbra. Lo vediamo mentre bofonchia tra sé e sé, mentre si aggira inquieto tra le sue opere imprecando: “Scultura merda”, sempre scontento e insoddisfatto del lavoro che va facendo, oppure mentre nasconde le mazzette dei soldi nei pertugi dello studio.  Al giovane americano dice: “Non ti dipingo come ti vedo”. All’intemperanza dell’anziano fa opportuno contrasto l’aria da stoccafisso del giovane scrittore, costretto a rimandare ogni volta il volo d’aereo per gli Stati Uniti e comunque disposto a pazientare a oltranza, mentre la prostituta/amante, come da copione consolidato, appare, nello stesso tempo, materna e fuori controllo. Un puttaniere esagitato e invasato può anche essere un ottimo personaggio per un film, a patto di essere legittimato dalla sua aura di Grande Artista: e questa a Giacometti certo non manca.

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