Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Doppio amore 1

Doppio amore

(L'Amant double)
(id, Francia ) di François Ozon 107'

Per una buona metà del film, la suspense sembra soprattutto derivare dalla domanda non certo inedita nella storia del cinema: qual è, dei due, il gemello buono e qual è quello cattivo? Come nel classico noir Lo specchio scuro (1946) di Robert Siodmak: quale Olivia De Havilland è quella di cui ci si può fidare? Poi le cose si complicano parecchio e naturalmente dobbiamo stare bene attenti a non rivelare nulla dei colpi di scena che attendono lo spettatore da metà film in poi. Diciamo che il film di Ozon ha parecchi punti di contatto, anche, con un capolavoro di Cronenberg di trent’anni fa esatti, Inseparabili. In quel film, i gemelli Mantle erano due ginecologi omozigoti, e in mezzo a loro capitava un’attrice che si innamorava di uno dei due, creando uno sconquasso che portava a conseguenze tragiche.  Nel film di Ozon, i due identici gemelli  Delord, Paul e Louis, sono invece due psichiatri (sempre di dottori si tratta, comunque), e in mezzo a loro capita una ragazza con qualche problema, Chloe. Nella prima sequenza del film, vediamo Chloe che si taglia i capelli alla maschietta. Nella seconda ha una visita ginecologica. Lei è un tipo magrissimo, androgino, frigido (lavora come custode in un museo di arte contemporanea, uno spazio cosiddetto “white cube”, di quelli asettici che sembrano cliniche od ospedali); rimpiange una madre che sembra scomparsa, ed è tormentata da un male al ventre che sembra di natura psicologica. Avvicina così Paul e se innamora. Conosce poi il gemello di questi, Louis, che l’altro le teneva nascosto, e con il secondo inizia una relazione basata sul sesso, non l’amore. Avviene una dissociazione, e Chloe si lascia andare in questo doppio rapporto. Nel quale possiamo individuare diverse ossessioni. Ad esempio, il desiderio inconscio di Chloe di essere un uomo. La sua attrazione morbosa per i gemelli che nasconde qualcos’altro di più intimo e personale. La sua ricerca di un “doppio” in grado di fungere da Super Io non più punitivo ma protettivo. E via dicendo. Il fatto è che, nel film, quasi nulla è quello che sembra. Ozon sembra divertirsi a disseminare indizi poi puntualmente smentiti. Le traiettorie freudiane si intersecano tra loro, e nuovi elementi entrano nel gioco: gravidanze, donne paralizzate a letto, sesso spinto e violenze, mentre, in quasi ogni inquadratura un gatto osserva indifferente gli umani darsele di santa ragione. Tutto poi troverà una sua sistemazione, anche se i fantasmi magari non spariranno del tutto. Non possiamo rivelare nulla di più pena la distruzione della sorpresa. I riferimenti cinefili sono numerosi. Nel personaggio femminile c’è, ad esempio, parecchio della Catherine Deneuve di Repulsion di Polanski (e questa è già una indicazione pericolosa…): giova ricordare che la Deneuve è la musa di Ozon, che l’ha utilizzata più volte nei suoi film; la scena del climax a tre è un omaggio alla celebre sequenza degli specchi infranti nel finale de La signora di Shanghai di Orson Welles… Del resto, lo sappiamo, Ozon è uno che guarda molto al cinema dei maestri, e volendo ci si può trovare qualche spunto anche di La donna che visse due volte di Hitchcock, un altro dei suoi idoli.  Più in generale, il regista francese prosegue nella sua esplorazione di tutti i diversi aspetti della sessualità maschile e femminile, o mista, forse indeciso lui per primo su quale strada andare (e la presenza dei gatti, elemento femminile “esterno”, è un altro possibile segnale).