Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Dior and I film documentario Raf Simons

Dior and I

(Dior et moi)
(id, Francia ) di Frédéric Tcheng 90'

VERSIONE ORIGINALE MULTILINGUE SOTTOTITOLATA IN ITALIANO

Ci sono uomini che amano le donne. Fra i tanti, ci sono i grandi stilisti, ad esempio, i grandi nomi che hanno fatto la storia dell'alta moda: Balenciaga, Emilio Schuberth, Cardin, Ferrè, Valentino, Armani, Versace, Saint Laurent... E Christian Dior, naturalmente. Figlio di un industriale, un futuro in scienze politiche quasi scritto dalla famiglia, riesce negli anni del dopoguerra ad aprire un suo atelier, la storica Maison al numero 30 dell'Avenue Montaigne a Parigi. Si inventa quello che nel dopoguerra viene definito il New Look, uno stile morbido, ricco, che rilancia il concetto di femminilità dopo le privazioni e le rigidezze del periodo bellico. Da lì è la gloria e la fondazione di un impero (Dior è stato il primo ad avere l'idea di vendere anche gli accessori degli abiti con il suo marchio). Oggi Dior (Christian è morto nel 1957) è di proprietà di Bernard Arnault imprenditore miliardario in dollari. Di lui si occupa il documentario Dior and I, diretto da Frédéric Tcheng, uno dell'ambiente, che ha già collaborato in varie vesti a Valentino - The Last Imperor e a Diana Vreeland – L'imperatrice della moda. Tcheng sceglie però un approccio diverso dal consueto, per raccontare la storia dello storico marchio, più che della vita di Christian: non la solita bio più o meno corretta sul personaggio, illustrata da raccolta di immagini di repertorio e filmati d'epoca o interviste con amici e parenti, oppure la fiction affidata ad attori, con la ricerca dello scandalo o all'opposto, della correttezza politica più ossequiosa. Il regista opta per una terza via. Di Dior vedremo poche immagini e ascolteremo dalla voce fuori campo pensieri e riflessioni che dicono del personaggio più di molte immagini, tratti dall'autobiografia di Dior, Christian Dior & I (amava dire "sono un reazionario, il che non vuol dire che io sia un retrogrado"). Il resto è l'atelier, il laboratorio, là dove tutto prende forma grazie alle meravigliose lavoranti, donne semplici, concrete, che lavorano con Dior da più di 40 anni, tutti dipendenti-artigiani di altissimo livello. Ma ci vuole il disegnatore, ci vuole il progettista. Siamo nel 2012 e arriva il nuovo direttore creativo Raf Simons, un belga che parla male il francese, che dal 2005 aveva disegnato prêt-à-porter per Jill Sanders, al suo esordio nell'alta moda. Uomo schivo che fatica a sostenere la pressione mediatica di cui invece si nutre il marchio, oggi è apprezzato dalla stampa specializzata oltre che dalla clientela milionaria, dopo il passo falso compiuto dalla Maison con la scelta di John Galliano. Simons porta con sé il diplomatico Pieter Mulier e così inizia il racconto della reciproca conoscenza, dell'ambientamento e poi la preparazione della prima sfilata, otto settimane sole di tempo a disposizione, ispirandosi alla classicità della Maison ma anche ad artisti contemporanei, con i compromessi necessari fra le necessità economiche della Casa e le esigenze puramente creative, in un confronto alla lontana fra padre-figlio, fra conservazione e innovazione. E poi la scelta del tema, la ripresa dei vecchi modelli storici, il reperimento delle stoffe, l'assegnazione ai vari lavoranti, la scelta del luogo per la prima sfilata e della scenografia, importantissima, con la necessità di mandare un segnale forte, di imporsi, di segnare il territorio. Il film si chiude su quella serata da batticuore, carica di tensione anche a causa della quantità di ospiti del jet set, con le lacrime di Simons a confermare che anche uno stilista, specie umana che sembra fra le più algide, possiede un cuore.

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