Circuito Cinema - Filmstudio 7B

dio esiste e vive a bruxelles kris dewitte

Dio esiste e vive a Bruxelles

(Le tout nouveau testament)
(id, Belgio ) di Jaco van Dormael 115'

Sono sempre meno, e sono sempre più difficili da scovare, gli autori capaci di osare spingendo la loro fantasia verso nuovi lidi, senza preoccuparsi troppo della coesione narrativa né delle regole del mercato. Uno di questi è senz’altro il belga Jaco Van Dormael, regista in oltre trent’anni di carriera di soli cinque lungometraggi che – con l’eccezione di L’ottavo giorno – mescolano tematiche filosofiche al melodramma classico, aggiungendo come ingrediente chiave un corposo caleidoscopio visivo. Quello di Van Dormael, noto ai più per Toto le héros (1991) e ad una nicchia assetata di cult movie per il più recente Mr. Nobody (2009), è infatti un cinema delle attrazioni e del fuoco d’artificio, capace di giustificare ogni sua intermittenza in virtù della sua fantasmagorica e inesauribile creatività. Ma rispetto al precedente Mr. Nobody, governato da un egocentrismo visionario che ne fagocitava qualsiasi credibile sviluppo narrativo,  Dio esiste e vive a Bruxelles, presentato alla Quinzaine des réalizateurs a Cannes 2015, fa affidamento su una linea narrativa convincente, delineando un preciso percorso dal quale accendere tutti i suoi mortaretti. Dio esiste veramente, vive a Bruxelles, ed è un po’ un bastardo. Questo l’assunto di partenza del film che, attraverso la voce narrante di una bambina decenne, ci immergerà in un viaggio alla scoperta della multiforme natura umana. Protagonista è infatti la piccola Ea (Pili Groyne), figlia minore (l’altro è il ben più noto Gesù Cristo) di Dio (Benoit Poelvoorde), ben intenzionata a mettere in discussione l’autorità paterna. Una volta penetrata nell’ufficio domestico del padre, la piccola manomette infatti il suo computer, ma non prima di aver inviato a tutti gli uomini, via sms, la data della loro morte. Forniti di una tale consapevolezza gli esseri umani non hanno più bisogno alcuno di Dio e, armati finalmente del libero arbitrio, si possono ora dedicare a scegliere come trascorrere quel che resta delle loro vite. È il momento dunque per Ea di iniziare un percorso di crescita, immergendosi nell’umanità, un po’ come il Cristo della dostoevskiana Leggenda dell’inquisitore, per scegliervi i suoi otto apostoli e far loro scrivere un testamento tutto nuovo. Ascolterà le loro storie e la loro musica interiore, senza giudicare né punire, accompagnandoli verso i cambiamenti, le tragedie e la fine delle loro vite. Con un’invidiabile inventiva, Van Dormael inanella dunque situazioni surreali ed esplosioni visionarie, ma il cuore del suo film è stavolta ben saldo e pulsa di un umanesimo scevro da tentazioni moraleggianti, tollerante, aperto nonché coadiuvato da una gustosa blasfemia. Quando poi veniamo a scoprire che Dio si è premurato di impostare tutto perché il telefono squilli mentre ci si sta per immergere nella vasca da bagno, perché le fette di pane della colazione cadano sempre dalla parte della marmellata e perché al supermercato la fila accanto sia sempre la più rapida, è impossibile non cogliere una parentela tra i relativi brevi sketch e quelli utilizzati da Jeunet per elencare le leziose ossessioni di Amelié Poulain in Il favoloso mondo di Amélie. Ma il rischio di approdare all’effetto Amelie o di ammiccare banalmente ai paradossi in stile “Legge di Murphy” è qui scongiurato, oltre che dagli squarci melodrammatici succitati, anche da una massiccia dose di autoironia, dalla quale il film trae la forza per rigenerarsi continuamente, in un saliscendi vertiginoso e senza sosta.

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