Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Corpo e anima

Corpo e anima

(Testrol és lélekrol)
(id, Ungheria ) di Ildikó Enyedi 116'

ORSO D'ORO - FESTIVAL DI BERLINO 2017

Il tema vero del film, Orso d’Oro a Berlino e in corsa per l’Oscar, è: qual è la natura del legame che ci unisce, noi esseri umani?  Noi, maschi e femmine della specie? Per cogliere questa natura enigmatica, la regista ungherese, già Camera d’Or a Cannes con il suo primo film, Il mio XX secolo, imbastisce con grande maestria e acume un ritroso, altalenante balletto a due, tra il direttore finanziario di mezza età e la nuova ispettrice alla qualità di un macello di Budapest. I due sono fin da subito misteriosamente attratti l’un l’altra: qual è la natura di questa attrazione, e dove può portare? All’uomo piace la riservatezza e la dedizione al lavoro della donna, ma soprattutto, forse, la sua scrupolosa attenzione alle “regole”. Lei sembra attratta dalla maturità e serietà dell’uomo, lo vede in parte come un Padre Buono. Nasce dunque questa attrazione sul lavoro tra due solitari. I due sembrano resistervi, ma in qualche modo non riescono a sottrarvisi. Per sottolineare la difficoltà di questo contatto, il film ricorre a un espediente. Mette in parallelo la vicenda degli umani con quella degli animali. A intervalli regolari, nel film scorrono le immagini di una sequenza in cui, in un silente bosco innevato da fiaba di Andersen, un cervo maschio e un cervo femmina compiono degli approcci delicati. Scopriremo, durante lo svolgimento di un test psicologico eseguito sui dipendenti a seguito di un furto, che questa è una sequenza onirica, il sogno vissuto in comune dal direttore e dall’ispettrice. Ciò li spinge più decisamente l’uno verso l’altra: il fatto di condividere il “sogno” li sollecita a provare a condividere anche la “realtà”. La sequenza dei cervi vivi si contrappone visivamente, nel film, a quella dei bovini brutalmente uccisi o delle loro carcasse che pendono dai ganci del macello. Da un lato, l’incanto poetico di un bosco innevato: l’apertura, la vita, l’amore, il desiderio, ciò che potrebbe essere. Dall’altro, la crudezza feroce  di un macello pubblico: la chiusura, la morte, la mancanza di amore, l’assenza di desiderio, ciò che è. Si tratta dunque di “uscire” dalla realtà per entrare nel sogno, trasformandolo in realtà. Non è facile. Entrambi i protagonisti del film sono inoltre segnati, per sottolinearne la precaria presa sulla vita, da un deficit, una mancanza. Il direttore ha il braccio sinistro paralizzato, che pende quasi inutile da un lato del corpo. E’ una ovvia metafora di impotenza, anche sessuale. La ragazza è frigida, non riesce a godere. E’ come bloccata in uno stadio ancora infantile (frequenta, non a caso, uno psicologo per minori). Sono due personaggi incompleti, immaturi, che devono compiere uno sforzo immane per superare questa loro parzialità e completarsi a vicenda. Il sogno è comune ai due, non così i gesti, le parole, il sesso, perfino le sensazioni: qui, la sintonia diventa difficile da raggiungere. Alla base c’è il solito problema: vorremmo che gli altri ci vedessero come piacerebbe a noi, ma ciò non è possibile, è questa la profonda ironia della vita. L’ironia è, precisamente, quello scarto che si crea tra ciò che noi vorremmo che la realtà fosse, che noi fossimo, e ciò che la realtà, e noi stessi, effettivamente siamo. Il finale molto molto aperto, con l’enigma che sembra contenuto in quell’ultima inquadratura del film, lascia poi affiorare un’altra questione interessante: è proprio così importante che i sogni si trasformino in realtà? Che i desideri vengano effettivamente realizzati?

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