Circuito Cinema - Filmstudio 7B

calvario

Calvario

(Calvary)
(id, Irlanda ) di John M. McDonagh 104'

Film sulle efferatezze commesse dalla chiesa cattolica in Irlanda ancora in tempi recenti sono diventati così numerosi da essere ormai quasi un “genere”. In Jimmy’s Hall di Ken Loach abbiamo visto come l’oscurantismo autoritario delle gerarchie ecclesiastiche volesse imbrigliare le istanze indipendentiste più radicali, negli anni Dieci-Venti del Novecento, per difendere gli interessi della grande proprietà terriera e con essi i propri privilegi di ceto. In Philomena di Stephen Frears ci siamo commossi e appassionati alle vicissitudini di una povera donna — povera ma non succube — la cui vita è stata distrutta dalle monache (anni 50-60 del Novecento). Il feroce Magdalene di Peter Mullan, Leone d’oro a Venezia, insisteva sullo stesso tema e lo stesso ambiente (le famigerate istituzioni dove venivano segregate e trattate come schiave le ragazze madri). Si tratta, beninteso, sempre di storie documentate, non inventate. Ora ecco Calvario di John Michael McDonagh (fratello del Martin regista di In Bruges che con Calvario condivide l’attore Brendan Gleeson). Siamo in un villaggio dell’Irlanda occidentale: isolamento, spiagge e scogliere, paesaggi mozzafiato. Inizio: padre James apre la grata del confessionale e una voce, che egli probabilmente riconosce ma che noi fino alla fine non sapremo a chi appartiene, gli annuncia che in capo a una settimana lo ucciderà. È un piano preciso. Con le parole più crude che si possano immaginare la voce dell’uomo al di là della grata racconta di aver subito violenza sessuale da un prete dai 7 ai 12 anni. E ora intende vendicarsi. Non può più farlo sul colpevole, ormai defunto. Lo farà su padre James. Ben sapendolo innocente, ma questo rientra nel piano: colpirà consapevolmente un innocente, così come innocente era il bambino la cui vita è stata rovinata. Inizio fulminante. E parte il calvario, la settimana di Passione. Padre James, tonaca tradizionale sulla corpulenta, imponente stazza dello splendido attore Brendan Gleeson (lo ricorderete, tra i tanti ruoli da non protagonista, come “Malocchio” in Harry Potter ), vive il suo compito nella piccola e sperduta parrocchia in modo tutt’altro che adagiato nella tradizione. Prima di diventare prete è stato un uomo, un marito e un padre (sua figlia, fragile e brillante nell’interpretazione di Kelly Reilly, viene a cercare il conforto paterno dopo un tentato suicidio. E lo accusa di averla abbandonata per inseguire la vocazione, dopo la morte della madre). L’umanità che lo circonda, quello che dovrebbe essere il suo “gregge”, disprezza lui e la religione, è cinica e corrotta. Senza fede. Nessuno perde occasione per provocarlo e prendersi gioco di lui: l’adultera, il nerboruto amante di questa, il gestore del pub, il medico, il poliziotto gay con il suo toy boy a pagamento. Un inferno. E padre James non è di ferro. La voglia di tornare a bere, quella di menare le mani, la rabbia, lo tentano fortemente. Ma malgrado le tentazioni padre James accoglie su di sé, incolpevole (sempre che l’aver preferito la tonaca a una paternità problematica non sia stata una colpa), si fa pesantemente carico di un intero universo di colpe irredimibili. Quelle della sua chiesa, pronto ad espiarle. Non è una passeggiata ma - con l’andatura di un thriller - è un film molto bello.

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