Circuito Cinema - Filmstudio 7B

film blood di nick murphy

Blood

(Id.)
(id, Gran Bretagna ) di Nick Murphy 100'

“Il sonno della ragione genera mostri”: celebre titolo di una delle opere di Goya, poi citato da Picasso e cornice ideale per questo film. Cupo, noir nel pieno senso cromatico del termine, nero che più nero non si può - e non solo per l’atmosfera e le suggestioni, ma anche nel suo stringente impatto visivo, un pugno allo stomaco e una ventata di pessimismo e male di vivere che serpeggia dal primo all’ultimo minuto. Intitolato sintomaticamente Blood, un film bello e forte, coerente nelle sue premesse: non tradisce mai il suo mood, nessuna virata inverosimile. Produzione britannica, la storia è nata dalla penna di Bill Gallagher che l’ha prima concretizzata nella serie tv Conviction per poi portarla sul grande schermo, diretta dalla mano di Nick Murphy, regista principalmente televisivo. Joe (Paul Bettany) e Chrissie (Stephen Graham) sono cresciuti tra il fango scuro e viscoso, battuto dal vento, dell’isola di Hilbre, non lontana da Liverpool. Figli del capo del Dipartimento di polizia locale, Lenny Fairburn (Brian Cox), ne seguono le orme e diventano ispettori. Una “trinità” controversa e ambigua agli occhi della città, piena di fantasmi e scheletri del passato. Perciò i toni si fanno accesi e i contrasti sempre più netti quando viene trovato il cadavere di una giovane ragazza trafitta da dodici coltellate; l’opinione pubblica è in fermento e scatta la caccia al colpevole, ma la pressione è tanta e i nervi sono tesi. Tutti gli indizi sembrano incastrare Jason Buliegh (Ben Crompton), personaggio sinistro e in passato condannato per molestie, ma rilasciato per mancanza di prove. Ma a Hilbre i toni sono più tesi che mai e i fratelli Fairburn, trascinati dall'impulso e dalla rabbia, finiscono per uccidere... E’ l’inizio di un tunnel di perdizione, un sonno che genera mostri, dove i ruoli di positività e negatività si perdono nel violentissimo vento e nel clima uggioso perennemente battuto dalla pioggia. I contorni sono labili e indefiniti, incapaci di salvare come positivo anche solo uno dei personaggi. Thriller psicologico della degenerazione, l’amarezza di un castello di carte che può franare attorno a una piccolissima venatura, e che si porta dietro i più tipici stilemi del noir: la pioggia incessante e la notte su tutti, i colori spenti, freddi e vagamente desaturati, un’ira pulsante a fior di pelle, una storia in cui la ragione è assente e l’istinto dei sensi agisce senza freni (ed è proprio il protagonista che cerca ripetutamente di calmarsi, appellandosi alla razionalità). Tra i punti positivi che più colpiscono di Blood, oltre alla storia, interessante anche se non particolarmente originale seppur molto ben rappresentata, è la presentazione dell’intreccio. Tutto il film ruota attorno a una struttura circolare legata all’infanzia e ai ricordi (traumi?) di un passato ormai lontano, che perseguita i protagonisti col freddo vento tagliente del mare citato fin dall’inizio e tornato in loop a metà film e nel finale. Ma da considerare anche il ruolo calibrato di tutta la messa in scena: una costruzione visiva di grande efficacia, con inquadrature precise e pensate accuratamente (due su tutte: il dolly che presenta la vittima - la scelta di mostrarla dall’alto non è casuale - e il contatto visivo fra molti personaggi, soprattutto quello fra Joe e Jason, che torna nella mente dell’ispettore, ricorsivo e ossessivo, martellante e contrappuntata anche dalla canzone del locale, che molto significativamente canta “eyes” proprio nel riflesso del ricordo di Joe).

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