Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Anime nere

Anime Nere


(id, Italia ) di Francesco Munzi 103'

L’inizio è da noir all’americana, con quell’incontro in no man’s land (è Amsterdam, in realtà, si vedono dei canali) tra un boss che parla spagnolo e uno che parla italiano ma amerebbe il calabrese. Non c’è Pacino o De Niro, ok, ma l’atmosfera è da subito quella giusta. Tanto più che la vicenda abbandona  palcoscenici internazionali e si concentra su un fazzoletto di terreno attraversato da leggi del sangue, da vendette e rancori non sopiti. Protagonisti dei fratelli del crimine, come nei film di Coppola e di Ferrara. Manca però, nella struttura mafiosa, un’autorità riconosciuta super partes, il vecchio saggio di turno. E ciò consente la lenta, inesorabile disintegrazione della famiglia mafiosa. Consente a una scheggia impazzita, un giovanotto dal testosterone alle stelle, di mandare in vacca tutto, provocando un clan rivale che non si fa pregare per passare all’azione (non aspettava altro, dopotutto). Il noir di Munzi, il premiato regista di Saimir e Il resto della notte dei quali prosegue il discorso di padri e figli, è originale perché, più che sulla guerra tra clan rivali, si concentra sulle malattie che dall’interno minano la famiglia criminale. Luigi è il professionale, vorrebbe fare il mercante della droga con patente internazionale, ma non può sottrarsi al richiamo atavico; Rocco è il borghese trapiantato a Milano, bella casa, bella moglie, velleità imprenditoriali e culturali grazie ai soldi sporchi riciclati, la facciata perbenista destinata a crollare anch’essa; Luciano conserva un legame patologico con la Calabria preindustriale, con le sue capre e i suoi riti religiosi, con i fantasmi degli antenati morti. Significativamente, è da suo figlio Leo, ventenne disadattato, che parte la scintilla che distruggerà tutto. Munzi, da Africo e dall’Aspromonte, allarga lo sguardo sul Paese tutto, un Paese dominato dalla struttura del clan, in cui la logica dei soldi non riesce a soffocare del tutto ancora la logica del legame di sangue e delle ritorsioni, in cui arcaismo e modernità, colletti bianchi e caprari, sono costretti a convivere. La “famiglia” è in guerra con se stessa, oberata dal ricordo mai offuscato dell’uccisione del padre, pastore che si era prestato a un sequestro di persona. Il desiderio di vendicarlo è stato a lungo sepolto, sacrificato all’ansia di arricchimento, ma ora riaffiora, provocato dalla bravata di un aspirante erede. Le oscure pulsioni sono il piatto preferito di Munzi, che ha soggiornato un anno in Calabria e che si è fatto aiutare in questo studio ravvicinato dall’autore del romanzo e da altre persone. Un avvicinamento al mondo della ‘ndrangheta compiuto con vera passione e partecipazione. Il film respinge e, insieme, pare attratto da queste figure che dovrebbero essere repellenti ma che infine sollecitano, se non adesione, almeno comprensione. Violenza e sangue, in un Far West vicino a noi, raccontati con una tensione che non viene mai meno.

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