Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Amour

(Amour)
(id, Austria/Francia/Germania ) di Michael Haneke 127'

PALMA D'ORO CANNES 2012 - OSCAR 2013 MIGLIOR FILM STRANIERO

Nel film sobriamente intitolato Amour, vincitore della Palma d’Oro a Cannes e dell’Oscar per il miglior film straniero, il grande regista austriaco Haneke racconta una tragedia universale: la vecchiaia, la decadenza, la morte. Georges (Trintignant) e Anne (Riva) hanno superato ormai gli ottant’anni, hanno una lunga esistenza di musica e di amore alle spalle. Anne improvvisamente viene colpita da un ictus che la lascia paralizzata sul lato destro del corpo, e poi inizia un lento degrado. “Va sempre peggio, e un giorno sarà la fine”, annuncia suo marito alla loro figlia (Huppert), che si indigna del fatto che “ai giorni nostri” una cosa simile possa accadere. Questa cosa, è la morte. Come sempre, Haneke colpisce dove fa più male, e svela, impietoso, ciò che noi nascondiamo agli altri e a noi stessi. Altrove (Funny games, La pianista) si era dimostrato un grande regista sadico; qui, invece, nel corso del film, lascia molto più spazio alla suggestione, al pudore, ai sentimenti. Amour indossa bene il suo titolo, che pone delle domande fondamentali: cosa resta di umano quando un essere viene trasformato dalla malattia? Dove si colloca l’umano quando il corpo è trasfigurato dalla sofferenza? Dov’è l’amore quando un marito non sopporta più le urla disarticolate della moglie afasica? Non ci sono risposte, sarebbe troppo facile. Ma un volto d’uomo disarmato, indimenticabile: quello del vecchio Trintignant, sorveglia e scruta l’inesorabile declino fisico dell’essere che ha amato e che sta diventando sempre più laido, con la pelle che si secca sempre più. Il film inizia dalla sua fine. Una donna allungata sul suo letto di morte e dei poliziotti che scoprono un grande appartamento invaso da odori nauseabondi. Flashback: qualche mese prima, Anne e Georges, grandi borghesi intellettuali, ex professori di musica, assistono a un concerto poi rientrano nel loro appartamento parigino. Si avverte tra loro una lunga complicità, un amore tenero e profondo. La notte, poi il mattino seguente, Anne dà inquietanti segnali di debolezza: assenze ripetute, amnesia. L’eroina inizia il suo calvario, e il suo sposo, testimone impotente, l’accompagna con quella che si potrebbe chiamare l’energia della disperazione. Il film non abbandonerà più le quattro mura dell’appartamento della coppia, divenuto il teatro di un deliquio. Nella prima parte, Anne possiede ancora una relativa autonomia e, soprattutto, una implacabile lucidità sul proprio stato e sullo sguardo di quelli vicini a lei. Nella seconda, sopravvive in uno stato vegetativo, impossibilitata a nutrirsi da sola: una sinistra litania degli ultimi giorni. Georges, alla figlia in visita, dice: “Tutto questo non merita di essere mostrato”. Una verità che Haneke fa sua, rifiutando di filmare l’agonia di un corpo e di un’anima. Più freddo e rigoroso di sempre, il regista fa esplodere la sensibilità e non cede (quasi) mai al patetico. Fedele a se stesso, ma in un registro più intimo e bergmaniano del solito, porge allo spettatore uno specchio penoso da rimirare, costringendolo inevitabilmente a interrogarsi sulla propria percezione dell’ “enorme” soggetto del film. Grazie a questa estrema distanza, Amour, con i suoi due personaggi provvisti delle “parole per dirlo” (Haneke non ha scelto a caso degli intellettuali), sfugge alle trappole, del patetico e del ricatto dei sentimenti. Ma quello che il film guadagna in intelligenza e ricchezza tematica, lo perde in emozione e sensibilità, che non sono necessariamente sinonimi di abiezione… Di colpo, Amour assume l’aspetto di una lezione magistrale, teorica e intimidente. la singolarità dei personaggi, nonostante l’immenso talento degli attori, si offusca a vantaggio del discorso e dell’idea. L’entomologo Haneke impressiona, ma non commuove.

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