Circuito Cinema - Filmstudio 7B

150 milligrammi 2017 movie 3

150 milligrammi

(La fille de Brest)
(id, Francia ) di Emmanuelle Bercot 128'

In originale, il film si intitola “La fille de Brest”, e personalizza dunque molto di più la vicenda rispetto al molle titolo italiano. In effetti, prima ancora di essere una denuncia della malasanità francese, o meglio, del connubio osceno tra grande industria farmaceutica e politiche sanitarie pubbliche, con il lassismo protervo di chi dovrebbe controllare e non lo fa, il film della Bercot è prima di tutto l’esaltazione di una solitaria guerriera di provincia, di un’impavida eroina che si batte con tutte le sue forze contro i mulini a vento fino a spuntarla (la vicenda è vera). Un Don Chisciotte in camice bianco, pneumologa nella sperduta bretone Brest, che si accorge della tossicità di un farmaco contro il diabete e parte lancia in resta contro tutto e tutti. La Bercot non è certo nuova a trattare temi sociali scottanti. In Student Services (2010), ad esempio, racconta di Laura, studentessa universitaria, che per mantenersi agli studi comincia a prostituirsi. In A testa alta (2015), di uno studente irrequieto che non trova serenità né col tutor né con l’aiuto di una giudice minorile. Il procedimento è sempre lo stesso: si parte dalla denuncia di una disfunzione sociale, ma poi si mette al centro del tutto la vicenda di un soggetto individuale.  La dottoressa Frachon di 150 milligrammi arriva a mettere a rischio la propria carriera ma anche quella di amici e collaboratori che decidono di darle una mano, lottando contro il potente laboratorio Servier che produce il Mediator, famigerato farmaco causa di centinaia di decessi, e contemporaneamente contro la complicità segreta tra istituzioni pubbliche e imprese private. Un lavoro di decrittazione che parte dalla sceneggiatura, che segue in modo evidente il modello americano (qualche titolo facile? Erin Brockovich, Insider). Lo schema hollywoodiano guida anche il lavoro di montaggio, il ritmo forsennato (talvolta un po’ artificiale) del film. Fortunatamente, la regista non lascia nello spogliatoio la dote che ha fatto, fin dagli esordi, la singolarità del suo cinema: un respiro irregolare che può permettersi il tempo di contemplare un viso, un paesaggio; un’attrazione per il disordine e il rumore, anche quando sembrano fuori luogo nella fiction. Insomma, il connubio tra ritmi elevati e pause riflessive, il fregarsene di creare un film perfettino e levigato ma anzi il gusto marcato per “sporcare” un po’ tutto. Questo atteggiamento contraddittorio è alla base dell’energia straordinaria che permea 150 milligrammi; non ne diminuisce affatto la coerenza, producendo in questo modo un film instabile, a tratti poco persuasivo (montaggi di segnali mediatici, intermezzi didattici) ma che finisce per imporre la sua forza di convinzione. Molto si deve a Sidse Babett Knudsen, l’interprete danese della bretone Frachon, che emana una energia prorompente per tutto il film, e lancia una sotterranea nota di narcisismo nel suo personaggio, che dunque non è a tutto tondo, per buona sorte.

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